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Tre storie, tre persone del 2019. La seconda

Faccio partire la chiamata: Skype mi mostra il broncio ironico di una donna attraente, sulla fine degli -enta. Sono di più, lo so; ma li porta bene.

Risponde. “Sei lo scrittore.”

“Ciao. Quello che vorrebbe diventarlo, diciamo…”

“E che voleva scrivere la mia storia professionale. Ma era l’anno scorso… Ci sono stati degli aggiornamenti.”

“Lo so, me lo ha detto una conoscenza comune.”

“Ha detto cosa?”

“Che ti hanno segato le gambe.”

“Ha ragione.”

Un soffio, dall’altra parte del microfono. Forse sta tirando su col naso. 

Meglio dire qualcosa. “Senti… organizziamoci così. Raccontami la tua storia, ma cerca di attenerti ai soli fatti. Io ti farò delle domande laddove avrò dei dubbi. Per il resto, racconta a ruota libera. Sistemerò poi io, dopo.”

“Ci metti tu il mestiere, giovane penna.”

“Mestiere è quando c’è abbastanza gente disposta a pagare per leggere quello che scrivi. Sono ancora lontano, purtroppo. Ma grazie.”

“Va bene, eccoti la mia storia, che copre l’arco di un ventennio. In certi passaggi eviterò di essere troppo specifica, spero che i tuoi lettori capiranno.

Entro in questa azienda, prestigiosa e in crescita. Ambito marketing. Dopo un anno, mi passano a un’altra mansione. Mi mettono alle scartoffie, diciamo così.”

Non pensavo che avrei iniziato subito con la prima domanda. “Un demansionamento?” 

“No, ma ebbi il sospetto che volessero far posto a una persona raccomandata. Però atteniamoci ai fatti, come hai detto tu. Dissi che volevo restare dov’ero. Il direttore del personale – perché allora si chiamava personale, non HR – fece un sorriso che diceva: credevi che non me lo aspettassi?
Rispose che era bello vedere una persona che si affeziona al proprio posto di lavoro; ma l’esigenza dell’azienda era quella. E allargò le braccia.

Andai a parlare col mio dirigente. Ero giovane, mi venne da piangere. Lui disse che mi stimava e che gli dispiaceva vedere che c’ero rimasta male. Ma che giusto in Italia ci si attacca alla propria mansione, mentre all’estero la “job rotation” è una cosa normale … per esperienza, crescita. Già, crescita. Quanto me lo sarei sentito ripetere, questo mantra. Il dirigente mi chiese di provare il nuovo lavoro per sei mesi, almeno. E se proprio non mi fosse piaciuto, avrebbero visto di farmi fare qualcos’altro, cito testualmente. ”

“E chiedesti di cambiare mansione?”

“Solo molti anni dopo; e se prendiamo le parole del management come quelle dell’azienda, possiamo dire che l’azienda non fu di parola. Ma torniamo a quanto successe. Scoprii che alle scartoffie non si stava male. Una brava capoufficio, bell’ambiente. Imparato il nuovo mestiere, dissi che potevo fare di più. La capoufficio andò a parlare con la dirigenza: niente da fare, andava bene quel che facevo. Ottenni comunque una piccola promozione.

Negli anni successivi, credo siano stati più o meno sei, sentivo di essermi messa a sedere. Mio padre disse che stavo sbagliando, che avrei dovuto licenziarmi e crescere altrove. Forse aveva ragione.”

“Fu per paura che non gli desti retta?”

“No. All’epoca il lavoro ancora si trovava, con contratti a tempo indeterminato che ti tutelavano dal licenziamento senza giusta causa, mica come adesso. Piuttosto, credevo nell’azienda; e in me stessa. Pensavo che lavorando bene, comportandomi bene, avrei avuto comunque una crescita. Lenta, magari. Ma dovevo aver pazienza, le soddisfazioni sarebbero arrivate. Mi sbagliavo.

Di punto in bianco spostarono tutto l’ufficio scartoffie sotto un altro dipartimento. E la manager di quel dipartimento, beh… Lasciamo perdere i commenti personali. Una delle più malviste di tutta l’azienda, questo credo di poterlo affermare.
Con lei parlammo io e la mia capoufficio, che continuava a sostenermi. Volevo essere messa alla prova, crescere. Proponemmo un periodo di sei mesi in cui avrei svolto anche altre attività, utili per il dipartimento, a discrezione della manager. Se fossi andata bene, alla fine avrei avuto la promozione e un incremento di responsabilità.”

“La manager accettò la proposta?”

“No. Disse che nelle aziende non funziona così. Che prima dai e poi, forse, ti sarà riconosciuto. Ma senza garanzie.

Rimasi lì, ma era un ambiente pesante. Inoltre, anche fare il mio lavoro era più facile nel vecchio dipartimento: la mia capoufficio resse qualche anno, poi riuscì a tornarci. A quel punto iniziai a dialogare direttamente con la manager. Mi avevano messo in guardia, ma io volevo aprire un confronto franco, senza pregiudizi.

Sembrò funzionare. Senza la mia capoufficio alcune attività passarono sotto di me, ebbi un modestissimo aumento. Si iniziò a parlare di una mia possibile crescita, stabilimmo un piano e un incontro al mese. Il responsabile dell’ufficio personale disse che quel piano valeva oro.

Notai ben presto che io e la manager andavamo d’accordo fintanto che ero io ad essere d’accordo con lei; ma mal digeriva pensieri diversi dal suo, per quanto espressi con garbo e riservatezza. Iniziai a parlare dei problemi che c’erano in ufficio, e una volta mi chiese chi fosse a dire certe cose. Le risposi che le avrei parlato dei problemi, ma mai avrei fatto i nomi di chi li sollevava. Fece una faccia… Sai quando ti immagini un rumore di vetri infranti? Ecco.
Iniziò a cercarmi sempre meno. Da un incontro mensile passammo a bimestrale, trimestrale, semestrale.. e solo dietro mia insistenza. Riunioni pro-forma, dove non si parlava di crescita: mi faceva le pulci.”

“Lavoravi male?”

“No, è qui il punto. Non si parlava di problemi pratici: lei guardava le attività elencate nel mio percorso di crescita, e sollevava obiezioni come per dire: non hai ancora raggiunto gli obiettivi. Prendeva tempo. Alla fine mi arrabbiai. Solo allora mi fece avere un piccolo premio una tantum: so che non è quello che volevi, ma intanto questo siamo riuscite ad averlo. Se però non ti va bene puoi sempre rifiutarlo. Questo mi disse.

Non lo rifiutai. Ma poi tornai alla carica.”

“E quel famoso piano che doveva valere oro? Non andasti a parlare con l’ufficio personale?”

“Al contrario, fu una figura importante di quell’ufficio a chiedermi come andava. E io dimostrai che il mio lavoro non aveva senso in quel dipartimento. Lo ripeto: dimostrai. Mi risposero che da che mondo e mondo, se non si va d’accordo col proprio capo, l’unica è licenziarsi. 

Ma io non lo feci: prima c’era la crisi, poi la possibilità di crescita che non volevo buttare alle ortiche. 

Passarono sette anni. Un giorno mi dissero che la mia attività tornava al vecchio dipartimento, e io con essa. Questa volta l’azienda mi chiese se ero d’accordo; dissero che era importante che io fossi contenta.

E lo fui – e si sapeva già, o non me lo avrebbero chiesto. In ufficio portai le paste, per salutare i colleghi. A casa, stappai una bottiglia con i miei famigliari: più avanti, mi avrebbero detto che ero un’altra persona: più serena, insomma. Stesso lavoro, ma di nuovo sotto la mia capoufficio, quella che stimavo… e che stimo tuttora.

Quella che era ormai la mia ex-manager mi congedò dicendo che quel discorso di crescita non si era potuto fare per “enne” motivi di cui, a quel punto, era inutile parlare: tanto valeva metterci una pietra sopra, secondo lei. A dire il vero non sono certa che avesse detto della pietra, ma il senso era quello. Però non lo fece.

Continuò a comportarsi come se fosse ancora il mio capo. Mi dava disposizioni, si interessava ancora delle mie attività anche se non la riguardavano più. Fu una specie di guerra fredda.”

“Puoi raccontare un esempio? Senza andare troppo nello specifico, se preferisci.”

“Una volta scrisse che avevo riportato un’informazione errata in un documento destinato al mercato. Una cosa importante, che avrebbe avuto un impatto economico. Ma non lo comunicò a me, né alla mia capoufficio: scrisse al nostro dirigente.”

“Voleva sputtanarvi.” Avevo detto di parlare solo dei fatti, ma mi è proprio scappata.

“Il dirigente venne a chiederci spiegazioni del mio errore. Invece, non solo dimostrammo che l’informazione era corretta, ma che ci era stata inoltrata proprio dal dipartimento della mia ex-manager. La quale sostenne che ci stavamo inventando tutto. Purtroppo per lei, avevamo le e-mail. Il nostro dirigente non la prese bene.”

“Posso chiederti come finì?”

“Che cane non mangia cane.”

“No… tra te e la tua ex-manager.”

“A parte le offese che mi ha urlato in ufficio, dici? Non in mia presenza, naturalmente… Comunque, se ricordo bene mi tolse il saluto. Salvo poi, e questo lo ricordo, andare in giro a dire che gliel’avevo tolto io.”

“E ne avresti avuto ragione.”

“Tu prima hai parlato di sputtanamenti. Vedi, c’è sempre stata una differenza tra me e lei. Lei, per sputtanare me, le cose doveva inventarsele, deformarle. A me è sempre bastato raccontare i fatti. Ma torniamo ai fatti, appunto.

Per me quello fu il periodo più bello e produttivo, dove ho dato di più all’azienda: ormai ero esperta, la mia capoufficio mi dava fiducia. Ho portato avanti dei cambiamenti importanti, nel mio ambito. 

Peccato che le mie richieste di crescita cadessero nel vuoto. Ebbi un’altra modesta gratificazione economica, sempre all’insegna dell’almeno hai questo. 

Potevo accontentarmi: ero insoddisfatta, ma tranquilla. Ovviamente, non poteva durare. 

Immagina: all’improvviso la tua ex-manager riprende a salutarti, mentre con altri dirigenti del dipartimento per cui lavori… percepisci che aumenta una distanza impalpabile, tra te e loro. Disinteresse per te e per quello che fai. Non che prima ce ne fosse stato molto. Ma la differenza si sentiva. Certe cose le senti nell’aria.

Arrivano le HR, mi comunicano che sarei tornata di nuovo sotto la cappella dalla mia ex-manager. Erano passati cinque anni dall’ultimo trasferimento.”

“Ricapitoliamo. Ti hanno cambiato di mansione e dipartimento dopo un anno. Poi, un nuovo dipartimento, dopo sei. E dopo altri sette, tornavi dove eri prima. E poi di nuovo al secondo dipartimento, dopo altri cinque.”

“Sì, e questa volta non mi hanno chiesto se ero d’accordo, ma hanno detto che potevano esserci opportunità di crescita. C’era in effetti una posizione vacante, io ero quella con più esperienza; le HR mi proposero, ma la non-più-ex-manager sostenne che quel ruolo non serviva.

Per lei la priorità era avermi il prima possibile nel suo ufficio: fui sbattuta in fretta e furia in una scrivania rimediata. Passarono uno o due mesi prima di avere una postazione dignitosa.

Ma non mollai. Per quanto mi sentissi svilita dall’ennesimo trasferimento, portai avanti delle proposte per continuare a fare il mio lavoro, ma ampliarlo in ambito marketing, sempre all’interno dello stesso dipartimento. E mi proposi per un processo di formazione, che sulla carta mi fu accordato.

Ecco, fin lì ho cercato un dialogo costruttivo.

Poi, i corsi non si sono fatti. La manager mi rimandava alle HR, che mi rimandavano alla manager. Sto semplificando, ma il concetto è questo.

Inoltre, la mia manager mi ha fatto sapere che non c’erano opportunità di crescita nel suo dipartimento: avrei dovuto chiedere alle HR di spostarmi altrove. Mi piaceva il mio lavoro, e non credo che pensasse che ci sarei andata veramente, invece lo feci.

A un primo incontro, in HR furono possibilisti. Al secondo mi chiesero se proprio non ero riuscita a trovare qualcosa che mi piacesse, lì dove ero. Mi dissero che c’era chi stava peggio, che siamo una grande realtà e non possiamo preoccuparci del singolo; che non aveva senso cambiare tanto per cambiare. La sostanza fu un dietrofront.
Specificarono poi che la mia crescita professionale era demandata alla mia manager, non a loro: che se lei non vedeva opportunità, loro non potevano farci niente.

Io non sono una che picchia i pugni sul tavolo e minaccia, però di fronte al muro di gomma ho alzato i toni, sia con la manager che con le HR.

Ho fatto notare che si stavano rimpallando le responsabilità senza risolvere il problema, che io ero in una situazione di forte disagio, situazione in cui ero stata messa ben sapendo che stavo tornando in un ufficio da cui avevo già chiesto di andare via. Ho detto che mi hanno trattata senza nessuna considerazione, spostata qua e là come fossi una stampante. Dopo venti anni di lavoro in quell’azienda.

Mi è stato risposto che era un modo di vedere le cose; magari estremo, ma che non si poteva definire sbagliato. Ma che dopo vent’anni, che carriera mi aspettavo di fare?
E io che credevo che l’esperienza in azienda fosse una cosa buona…
Alla fine, mi hanno consigliato di cercare nuove sfide nel mio ruolo attuale.

Dopo quasi un anno dall’inizio di questa vicenda, un giorno la mia manager mi telefona, un minuto prima che finissi il mio orario. Stavo per andare in ferie. Mi fa sapere che quella promozione per quel ruolo vacante (quello che non serviva) l’aveva assegnata a un’altra persona, con meno esperienza di me.

E siamo ad oggi. I fatti si concludono qui.”

“Ti hanno dato delle motivazioni per tutti questi trasferimenti, per questa mancata promozione e il modo in cui te lo hanno detto all’ultimo?”

“Danno sempre motivazioni. In realtà, per loro basta avere una parvenza di motivazione, per quanto possa suonare falsa o ridicola. È come un sistema in cui il giudice non stabilisce se il tuo alibi sia buono o meno: basta che lo presenti, e sei assolto. Quando hai le spalle così coperte puoi fregartene di essere veramente credibile.

Strategie aziendali. Cambiamenti di cui non potevano avvisare prima. Opportunità che non ci sono. Una linea è comune: non posso farci niente, la decisione l’ho dovuta subire, la responsabilità è di qualcun altro, nessuno ce l’ha con te, queste sono le regole, ti capisco e mi dispiace ma.

In ogni caso ti danno l’impressione che ritengano di interloquire con un’idiota.”

“Qualcuno se lo chiederà: ma perché non ti sei licenziata?”

“Mi è stato detto che sarebbero dispiaciuti se più avanti dovessi iniziare a considerare l’idea di guardare altrove. E non vorrei mai dare loro questo dispiacere. Che ingrata sarei.”

“Pensi di aver subito del mobbing?”

“Credo che non mi abbiano tolto nessun diritto legale e professionale. Mi hanno negato il diritto al rispetto, questo sì. Eppure dal punto di vista della mia manager, il suo atteggiamento è stato rispettoso, perché ritiene di avermi sempre detto le cose come stavano, quando invece avrebbe potuto raccontarmi balle. Io credo di non aver dato l’opportunità di prendermi per il naso, ho preteso che prendessero una posizione. Ma il fatto che come mi hanno trattata sia legale, che tecnicamente non sia mobbing, ha comunque delle conseguenze.

È un gioco al ribasso in cui ci rimettiamo tutti. Ci rimette la mia manager, che si è azzoppata una collaboratrice da sola. L’azienda, che ha dato un pessimo esempio agli altri lavoratori. Ho ricevuto moltissima solidarietà.”

“Parliamo di te. Come ti senti?”

“Guarda, non voglio fare la vittima. Però è un dato di fatto che hanno distrutto tutto quanto potessi chiedere, ben più della motivazione: fiducia, aspettative, speranza.”

“Se la tua manager, o l’alto management, potessero leggere questa tua testimonianza, qual è l’aspetto che vorresti che capissero?”

“Per risponderti, fingerò che siano veri, come fingo di esserlo io.”

“Alludi al fatto che sareste personaggi di fantasia?”

“Non dico questo: parlo della nostra disumanizzazione. Non siamo veri perché nel nostro ruolo, nelle nostre etichette e inquadramenti, non siamo più umani. Siamo ingranaggi deformati e ficcati a forza in un meccanismo che di umano non ha nulla, ben farciti di grasso cui danno bei nomi motivanti per dirti che profuma. E se gli ingranaggi non riescono a stare al passo con questo meccanismo in perenne evoluzione tecnologica – ma involuzione umana -, serve ungere sempre di più. E qui, l’unto straripa.”

“Qualcuno potrebbe dire che questi sono luoghi comuni.”

“I luoghi comuni sono parole, ma cessano di essere tali quando diventano la realtà che vivi ogni giorno. Ora veniamo alla risposta alla tua domanda: cosa desidero che possano capire del mio messaggio…

Nulla.”

“Cioè, che non ci capiscano nulla?”

“No, anche se è probabile! [ride, una di quelle risate che si spengono in fretta, NdR]. Intendo dire che non desidero nulla. Vedi, quando un rapporto si incrina, e tu fai i dispetti, o addirittura pensi a una qualche forma di vendetta… stai ancora cercando attenzione. La fase dopo è in realtà molto più distruttiva. È l’indifferenza, l’apatia. Io sono in questa transizione. Quindi, non c’è niente che io desideri al riguardo. Ma, per tornare al discorso della comprensione, credo che questa mia reazione venga letta come: visto? Si è messa il cuore in pace. Penso non ci sia altro da dire.”

“Senti… spero di non chiederti troppo, ma credo sarebbe meglio concludere con un messaggio positivo.”

“Sì, anche se per farlo dovrò arrivare al punto più basso. Ricordi quando all’inizio ho detto che ero convinta che agendo bene, comportandomi bene, e avendo pazienza, avrei raggiunto le mie soddisfazioni? In questa vicenda, ciò che mi ha lacerata più di ogni altra cosa, è stato il fallimento di questo paradigma.”

“Potresti dirlo in termini più comprensibili?”

“L’idea di fare bene nella vita rimane giusta, ne sono convinta. Né posso dire di aver fallito io, perché ho seguito quest’idea giusta. Eppure, qualcosa non ha funzionato: i risultati non sono giunti. Per cui diciamo che è il paradigma, la concezione stessa del: se farò così, allora otterrò colà. Non c’è stata questa causa effetto.

Ma al tempo stesso, è comunque quello che raccomando a te, e ai tuoi lettori. Credo ancora che sia l’unica strada che valga veramente la pena percorrere. Trovate dentro di voi la forza per seguirla fino in fondo, ovunque vi porti. Certo, non camminate col naso per aria.

E concludendo, vorrei dirvi anche un’altra cosa: scusatemi. Devo essere stata terribilmente noiosa. E un po’ stucchevole. Ma quel che ho detto lo penso veramente.”

Mi schiarisco la voce. “E hai fatto bene. Ora sta a me rendere questa storia più coinvolgente. Rielaborare il tutto, trasformare quello che hai detto in scene narrative che immergano i lettori nell’esperienza. Eccetera. Quello che tu chiamavi mestiere.”

“No lasciala così. Magari cambia qualcosa di me, delle persone di cui ho parlato. Come fossimo dei personaggi: ho già detto che non siamo persone vere, no? Ma lascia il racconto nudo e crudo. Se le mie vicende ti hanno ispirato, usale per una storia che valga la pena di essere letta.”

“Quindi lasciamo questa… intervista? Va bene, anche se non so se piacerà ai miei lettori. Ma sarei già felice se aiutasse te a guarire dalla tue ferite. Finché la tua storia non cambierà ancora, e vi ritroverai qualcosa di buono.”

“Se è per questo, qualcosa l’ho già ritrovato.”

“Ottimo! Ma a questo punto, dovrai dirci cosa…”

“Certo. Ho ritrovato te.
Buona fortuna, giovane penna. Scrivi dritto per la tua strada: ti porterà molte soddisfazioni. E da qualche parte, prima o poi, incrocerai la mia. Allora cammineremo insieme.”

E riattacca.

A chi può piacere?

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