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Una storia di guerra

Ogni volta in cui si parla di liberazioni e memoria… la mia va a un uomo che ho avuto l’onore di conoscere; ed era mio nonno.

Al momento in cui scrivo, quest’uomo nasceva esattamente cento anni fa; oppure qualche giorno prima… i documenti sono discordi. In più, quando registrarono il suo nome trascurarono una lettera. Per cui …

Portò con sé due date di nascita e due nomi: Gustavo come avrebbe dovuto chiamarsi, mentre per l’anagrafe di Ferrara era Gustao. Come è sempre stato chiamato dalla moglie, persona precisa, da cui infine si congedò con un glorioso “ma stai zitta”. Concluse così una lunga e gioiosa vita, di cui ricorderemo sempre le battute che capiva solo lui; ma che, a rifletterci su, contenevano messaggi di vera saggezza. A dire il vero,  a volte erano solo delle battute che abbassavano di qualche grado la temperatura nella stanza. Ma lo adoravamo lo stesso.

Ma quel che mi piaceva sentire da lui erano le storie. Riporto qui la mia preferita, come lui l’ha raccontata a me. Non un resoconto storico, ma la storia che un nonno raccontava a un nipote entusiasta e pieno di domande; e che qualche volta, immagino, avrà dovuto improvvisare.

 

 

1 – Il deserto

 

Le stelle brillavano vivide sulle dune, una vista che ormai aveva perso il fascino iniziale. L’aria finalmente fresca, invece, la inspirò con piacere. Tra le dita si rigirava la sigaretta che, purtroppo, doveva restare spenta. Quando il turno fosse finito, al riparo della tenda, allora sì… Se non fosse crollato per il sonno.

Sbadigliò. Che stanchezza… No! Non andava bene. Contrasse le spalle e si stiracchiò senza alzare le braccia. Torse il collo da una parte e dall’altra, gettò uno sguardo dietro di sé. Il campo militare era ancora lì, acquattato e silente. Eppure tra quelle tende immobili scorreva una vibrazione, invisibile e impalpabile. Il pomeriggio era corsa voce: gli Alleati avanzavano, sempre più vicini. L’ordine di smontare il campo sarebbe potuto giungere quella notte stessa, in qualsiasi momento.

Per un istante si immaginò mezzi militari sbucare dalle dune, girarsi e vomitare fuori orde di inglesi. Ragazzi come loro, ma più numerosi, meglio equipaggiati e motivati. Chissà se i soldati italiani avrebbero accettato di combattere, o avrebbero piuttosto scelto la resa. Forse al comando del Regio Esercito non volevano scoprirlo. Le disposizioni erano chiare: una volta ricevuto l’ordine, ogni soldato di guardia sarebbe corso a svegliare la propria squadra. Poi via, nella notte. Silenziosi, in fretta. Ogni squadra avrebbe dovuto pensare a sé, nessuno avrebbe controllato che ci fossero tutti. Non ce ne sarebbe stato il tempo. Ecco perché il sonno era una tentazione pericolosa, forse ancor più dell’accendere la brace di una sigaretta al buio e in piena vista. Doveva resistere. Non mancava molto alla fine del turno.

Un altro sbadiglio. Suvvia. Che se la tenessero gli inglesi la Libia. Non gli interessavano la gloria o la carriera militare. Quelli erano i discorsi che facevano quegli invasati in camicia nera, che in quel deserto ce l’avevano mandato a forza.

Agli onori del bollettino di guerra c’era finito, però, con la sua squadra. Un brivido di piacere gli salì dal petto. Quella mattina l’aereo inglese era una piccola croce distante che planava pigra nell’azzurro. Come sempre avevano puntato la venti millimetri e bam-bam-bam! Quella volta, però, dalla fusoliera si era alzato del fumo. L’aereo aveva virato stretto, poi giù, fuori dalla vista. Andato.

 ***

“Nonno, ma non è che era Italo Balbo?”

“Chi? Ma no… era un aereo inglese. Un bombardiere, o uno di quei caccia… gli Spitfire…”

“Sei sicuro, eh… Pensa se fossi stato tu.”

“Ah, gli Spitfire. Quanto erano veloci, quelli. Una volta ne passò uno proprio sopra le nostre teste… FIUUM! Ma, ti dicevo…”

*** 

Per la gloria del Regio Esercito, si comunicava l’abbattimento dell’aereo nemico. E sotto il titolo la foto della sua squadra attorno alla venti millimetri, con tanto di nomi. Gustavo Vitali, aiutante puntatore. Quello non se lo sarebbe scordato. E neanche quando al pezzo di contraerea ce l’avevano lasciato legato per ore, a torso nudo sotto il sole di mezzodì. Il bruciore sulla pelle era passato; quello dentro, ancora no. Giusto in un esercito qualcuno può permettersi di prenderti di mira, per poi importi quel trattamento la prima volta in cui gli rispondi a tono. Chissà come se la sarebbe cavata nelle campagne, quello lì, dove i gradi sulla spalla non contavano e il rispetto te lo dovevi guadagnare. Quanto era lontana, la campagna…

Ricacciò il groppo in gola. Nessun inglese era sbucato dalle dune, per fortuna, ed era tempo di tornare alla tenda. Si avviò, le gambe intorpidite, il passo rigido: gli stivali affondavano nella sabbia e pesavano come pietre. Eccola finalmente, la tenda. Scostò il telo semiaperto ed entrò. Dormivano tutti, anche quello dell’ultimo turno. Gli strinse una spalla e lo scosse, poi ancora, e ancora per essere sicuro che fosse davvero sveglio, che non si girasse dall’altra parte. L’altro borbottò e infine barcollò fuori dalla tenda. Bene! Gustavo si coricò, si tirò la coperta addosso. La sigaretta… no, un’altra volta. Chiuse gli occhi per un istante, e li riaprì con la luce del giorno che entrava nella tenda, assieme all’aria già calda.

Mattino tardi. Perché? Perché quello dell’ultimo turno non li aveva svegliati? Si girò: l’idiota russava, coricato al suo fianco. Un gelo improvviso gli sferzò la schiena. Deglutì a fatica, per via della gola che si stringeva. No, non era un sogno. Balzò in piedi e, in quel metro che lo separava dall’esterno della  tenda, in un lasso di tempo che si dilatava sempre più, non udì alcun rumore provenire da fuori.

Afferrò il telo, lo scostò con uno strappo secco. Sabbia e dune: nessun’altra tenda, né soldati di guardia. Uscì, sotto il sole già alto che gli martellava in testa; o era forse il cuore, che batteva sempre più veloce. Senza un respiro scrutò tutto intorno, le palpebre contratte in quella sottile linea di orizzonte tra l’azzurro e il giallo abbagliante, alla ricerca di disperata di un uomo, una camionetta…

Nulla più che il deserto sterminato. E loro soli, lì in mezzo.

***

“Se ne usciamo vivi, finirete alla corte marziale.” 

Tra i presenti sotto la tenda non si levò un fiato. Il sergente torse la manopola della radio, per l’ennesima volta. Scattò in piedi e le sferrò un calcio: dal pannello divelto uscì un rivolo di sabbia.

“In marcia!”

Alla fronte si era attaccata una briciola, impastata col sudore che il sole avrebbe presto risucchiato. Come sembrava voler fare il deserto coi loro stivali. 

I passi erano pesanti e la testa gli pulsava. Gustavo si rimise subito il cappello; pensò a quando lo aveva usato come cesta per il pane. Aveva fatto a pezzi quel poco che veniva dato alla squadra e ognuno aveva pizzicato la propria parte.

Ma ora non sarebbe stata la fame a lasciarli lì, per sempre. 

Il vento che soffiava alle loro spalle, incessante e torrido, aveva portato via ogni traccia del convoglio.

Il ringhio di un motore che saliva di giri: da una duna sbucò una camionetta militare. Scese, lenta, curvò a puntarli.

“È nostra” mormorò il sergente, la mano sulla fondina. 

Se l’avevano presa gli inglesi, sotto quel telone…

Gustavo trattenne il fiato, lasciò il fucile in spalla e mostrò i palmi: mai avrebbe sparato ad altri uomini.

“Italiani!”

Il soldato alla guida della camionetta si sporse dal finestrino. Divisa del Regio Esercito, come la loro. Alzò il braccio. “Viva l’Italia!”

 

***

Sotto il telone del camion scoppiò una risata, seguita da altre. La barzelletta finiva in un dialetto che Gustavo non conosceva, e forse neppure gli altri della squadra; ma non importava a nessuno. 

Contava che i due in cabina li avevano salvati da una brutta fine e sapevano la direzione della ritirata. Circa.

Ripiegò la giacca dietro la nuca e si appoggiò al bidone. Lo sciabordìo seguiva i lievi sobbalzi…

 

Riaprì gli occhi sul pavimento del cassone. Dolore alla fronte, grida. 

Afferrò la corda che assicurava il fusto e si issò in piedi. Il camion stava curvando, il motore su di giri. Scostò il telone sul retro e cacciò fuori la testa.

Tre autoblindi gialloverdi, a una cinquantina di metri; formazione a U. 

Inglesi.

La corazza frontale del più vicino lampeggiò.

Il balbettìo secco di una raffica e sul telone si aprì una fila obliqua di buchi. Sibili nell’aria: uno lo sentì con l’orecchio e la guancia. 

CLANG!

La schiena si fece fradicia; e le natiche, le gambe.

 

Il puzzo di benzina pungeva il naso. Il fiotto schizzava dal fusto bucato. Gustavo si tolse da lì: si ritrovò sul bordo del cassone, in bilico.

 

Gli altri della squadra erano distesi sul pavimento. Il sergente aveva imbracciato il fucile e i ragazzi cercavano i loro, tastoni. Si guardavano l’un l’altro, con occhi sgranati. 

La pozza infiammabile si allargò fino ai suoi stivali. Gustavo scostò il telone e si gettò fuori. Il sole gli trafisse gli occhi irritati dai vapori. Cadde carponi, buttò la giacca sulla sabbia arroventata e si distese.

I tre autoblindi avanzavano. Figure massicce e confuse, dai contorni tremolanti. I due ai lati allargarono la traiettoria: le torrette ruotavano, coi cannoncini puntati sul camion.

 

Il fazzoletto! Frugò in tasca. E gli inglesi avessero pensato che cercava un’arma? Raggelò. 

Presto, presto! Le dita tremavano… ma artigliò la stoffa bagnata. Sollevò il braccio. 

Attese. 

Solo il rombo crescente dei motori, nessuno sparo.

Si alzò in piedi e sventolò il cencio, a mò di bandiera bianca.

Ma era rosso: come la sua divisa, come lui. Fradicio di benzina e ruvido di arenaria.

 

I blindati li circondarono. Dalla torretta del più vicino emerse un uomo, fino al torso. Si toccò il berretto, da sotto i baffi biondi gridò qualcosa. Gustavo non capì; ne seguì lo sguardo, oltre le proprie spalle.

Anche gli altri italiani erano scesi dal camion: molti in piedi, qualcuno in ginocchio. Tutti con le mani al cielo.

 

***

Il sergente fu l’ultimo a gettare la propria bandoliera sulla catasta di armi e munizioni italiane. SI scrutarono. Affannati, incerti; per cercare risposte, o sviare lo sguardo dalle mitraglie puntate su di loro.

“Mussolini!” gridò l’inglese baffuto. In piedi sull’autoblindo, si teneva al cannone e stringeva una pala. La lanciò ai loro piedi. Puntò l’indice a terra, lo mosse in cerchio.

“Pliis!”

Dagli Alleati si levarono risate. Altre pale, prese dai blindati e dal camion saccheggiato, volarono verso di loro.

Gustavo ne schivò una, che andò conficcarsi nella sabbia.

Ne afferrò il manico. La mano gli tremava.

Scavare.

Calò il silenzio.

Per cosa?

Il sudore sulla fronte si era fatto gelido. 

Per… chi?

Nei volti pallidi e tesi dei compagni scorgeva il medesimo, terribile dubbio.

 

***

 

Ogni palata di sabbia era più pesante della precedente. Le ombre si erano allungate, il sole aveva allentato la sua morsa. 

Ma Gustavo la sentiva ancora: sul collo, nella gola riarsa.

Gli inglesi non avevano sprecato acqua per chi doveva morire.

La borraccia era finita da un pezzo. Una sola per tutti loro che scavavano, la giusta misura perché non si fermassero.

E poi?

A gesti e grida, gli Alleati indicavano dove usare la pala, e quanto. La buca era diventata ampia, profonda circa un metro.

Sufficiente, se ci fossero stati sdraiati.

Pensieri, uno sopra l’altro, che logoravano.

Scava Gustavo, scava e basta.

 

L’inglese abbaiò qualcosa. Indicò i loro piedi, il camion.

L’autista guardò il sergente. “Vuole che ci togliamo gli stivali.”

 

Sciogliere i lacci non è facile se un tremito ti attraversa le dita. Attardarsi sarà un proiettile nella nuca?

Gocce di sudore freddo, i polmoni affannati. 

Segui i tuoi compagni, in fila, i palmi doloranti sotto le suole.

Saltellate da un piede all’altro: lasciata la buca, pochi metri di sabbia arroventata dal sole diventano tanti, lunghi.

Non pensare. Esegui gli ordini.

Spera.

 

La sabbia scottava i piedi. Gustavo sbirciò oltre la spalla del commilitone in fila davanti a lui. Si era avvicinato un inglese alto e smilzo, col fucile in mano.

Puntò la canna contro di loro e indicò il camion oscillando il capo. Somigliava ad una gigantesca e solitaria spiga di grano, mossa dal vento del deserto.

Gustavo strinse le palpebre. La stanchezza giocava strani scherzi; o forse gli occhi, che pizzicavano per il sudore e i raggi del sole, sempre più obliqui.

All’ombra del telonato, un Alleato si faceva aria col berretto. Con la mano libera afferrò gli stivali del primo della fila e li buttò dentro il cassone. Schioccò le dita all’indirizzo del secondo e piegò il pollice a indicare l’interno. Ciascuno lanciò il proprio paio, per tornare di corsa alla sabbia tiepida della buca.

Immerso fino alla cintola nella torretta del blindato, l’inglese coi baffi puntò l’indice a terra e gridò loro qualcosa come “stei dàun”.

L’autista italiano si sdraiò prono, con le mani a coprirsi la testa. Gustavo, come tutti, lo imitò. La La lingua inglese l’avrebbe appresa, eccome. 

Se mai ne fosse uscito vivo.

 

Gli Alleati gridarono ordini e risposte. Calò un silenzio subito rotto dal clangore di uno sportello che sbatteva; e il rombo dei motori dei mezzi, che si allontanò fino a lasciare solo il sibilo del vento del deserto.

Poi, odore di bruciato. E colpi d’arma da fuoco. Vicini.

Gustavo alzò la testa dalla sabbia. I suoi compagni erano rannicchiati a terra. In pochi si guardavano attorno. Sul bordo della buca, solo il cielo azzurro. Nessun inglese che scaricava il fucile.

Ancora spari, sempre di più. Null’altro.

“Basta!” Uno saltò in piedi: il Brighi. “Vado a vedere!” Mosse due passi. Gustavo si lanciò, lo afferrò per le gambe: ci infilò la testa e si tenne con tutta la forza che aveva. Gli altri li presero e li trascinarono al suolo.

“Nessuno se ne va!” soffiò il Sergente. “O ci fa ammazzare tutti!”

Attesero. A turno sorvegliavano Brighi, sempre agitato. Ogni tanto qualcuno mormorava contro quei bastardi che ancora si divertivano con loro.

La luce si fece arancio e i colpi rari, occasionali; infine tacquero. Restò l’aria ammorbata, pungente.

Il Sergente si alzò. Piano, in punta di piedi, si sporse.

Bestemmiò.

 

Il Sergente scagliò il berretto nella sabbia. “Guardate!”

Gustavo si spintonò con gli altri, tutti più alti e pesanti, per guadagnare il bordo della buca e vedere cosa c’era aldilà.

Le ultime fiamme stavano morendo sulla catasta delle loro armi e munizioni, che gli Inglesi dovevano aver incendiato prima di andarsene. Non un’anima: i colpi erano esplosi col fuoco.

 

***

 

Gustavo staccò le spalle dal bordo della buca e sistemò meglio la giacca: piuttosto che la notte fredda, avrebbe sopportato il puzzo di benzina.

Ripensò a quel buco nel fusto, subito dietro la sua testa, e levò lo sguardo. La luna era una falce sottilissima.

Ancora vivo.

Rannicchiò le gambe e posò la fronte contro le ginocchia.

 

***

 

“… partire adesso!”

“Ah sì? E quanto ci metterà la sabbia a cuocerci i piedi? Due ore, tre?”

“Ci ammazzerà prima la sete!”

“Allora cosa volete fare, restare in questa fossa?”

Gustavo aprì gli occhi e inspirò l’aria fresca. Le stelle si stavano ritirando di fronte all’avanzata dell’aurora. E loro?

 

Ciascuno dava alla morte una faccia diversa. Il Sergente voleva fuggire dagli Alleati.  La squadra, dal deserto.

Lui non sentiva di odiare né l’uno né gli altri. Sarebbe scappato dalla guerra; e da tutta la stupidità – pure la loro – che li aveva portati lì.

Gustavo si era seduto in un fazzoletto di sabbia, quello che secondo lui sarebbe rimasto coperto più a lungo, finché il sole non si fosse trovato dritto sopra le loro teste. A quel punto, senz’acqua, sarebbe stata la fine.

Si immaginava tutti loro assiepati nella buca, a stringersi in quel pezzetto d’ombra sempre più esiguo; fino a uccidersi l’un l’altro, come bestie impazzite, prima che lo facesse il deserto.

Lui, no. Non avrebbe svenduto la sua umanità per qualche minuto di vita in più. Sembrava assurdo; lo era. Ma quando sarebbe giunto il momento, tutti l’avrebbero pensata così?

 

Scattò in piedi e abbandonò la sua porzione di riparo: due passi, senza ripensamenti. Consapevole che, dietro di lui, qualcun altro l’aveva già occupata.

Si tolse la giacca; la sollevò su testa e spalle.

Dalla tasca cadde un foglio. Nessuno tra gli altri parve notarlo: ancora discutevano per seguire il sergente, che voleva spostarsi a ovest, o mettere ai voti.

Gustavo raccolse la foto e soffiò via la sabbia.

 

Si guardò, sorridente in groppa al cammello. Le briglie le stringeva il cammelliere, in piedi, così buffo con quell’aria compita e il cappello a forma di cono tronco.

Forse quella foto sarebbe stata l’ultimo ricordo che avrebbe lasciato di sé. La rimise nella tasca, con cura; chiuse il bottone.

Chissà.

 

Inspirò l’aria calda. Le dune già tremolavano allo sguardo.

Si alzò un vento sottile, che gli soffiò la sabbia in faccia. Appena la sentì sul naso, di riflesso chiuse le palpebre. Esperienza.

Abbassò la giacca sul viso e attese che la corrente d’aria scemasse. Sentiva ogni granello rotolare sulla pelle nuda delle braccia.

Forse se lo immaginava e basta, ma era una bella sensazione. Sì, doveva cercare di guardare il bello, fino alla fine. Era l’unico modo per andare avanti, con dignità.

 

Il vento calò. Gustavo sollevò la giacca.

Sulle dune c’erano ora tre sagome spigolose, che avanzavano a velocità moderata: camionette telonate.

La discussione animata si spense, calò il silenzio. Da quella distanza non si capiva se si trattasse di amici o nemici; ma era importante, vista la situazione?

I ragazzi si sbracciarono, alcuni risalirono la buca e agitarono le giacche. Gridarono rochi “Ehiii…” riaccesi di speranza.

I veicoli tracciarono una curva sulla sabbia e puntarono verso di loro.

Molti tra gli italiani presero a ridere e saltare. Alcuni si contennero, con prudenza. Gustavo era tra questi: qualcuno gli buttò le braccia al collo e lui lo spinse via, senza guardare chi fosse.

Si sentiva la bocca impastata di sabbia. Strinse gli occhi.

Le camionette erano ormai vicine.

Sui cofani, insegne rosse – bianche –  rosse.

Inglesi.

 

***

 

La pila di stivali ricordava un’enorme piramide irregolare. 

Gustavo si precipitò: alcuni lo superarono, ma i più erano subito dietro di lui. Nel passargli davanti, uno lo urtò. Gustavo incespicò: agitò le braccia, diede un colpo di reni e ritrovò l’equilibrio; con due falcate raggiunse la catasta.

 

Bastò un colpo d’occhio: quasi tutti gli stivali erano troppo grandi per lui. Fece un giro attorno al mucchio, già cinto d’assedio in un brulicare di mani e braccia, tra imprecazioni in vari dialetti italiani.

Sulla sommità della catasta c’era uno stivale che poteva essere della sua taglia. Gustavo si lanciò in un tentativo di scalata: le scarpe gli franarono sotto i piedi. Mulinò le braccia e si gettò a peso morto sulla pila e annaspò verso l’alto. Più si agitava, più in fretta erodeva il suo appoggio. Si diede una spinta, stese il braccio…  con l’indice agganciò un laccio e rotolò giù fino a terra.

Si mise in ginocchio, con quel dannato stivale finalmente tra le mani. Lo rigirò e lo soppesò. Sembrava andasse bene, ma non aveva tempo di provarlo: doveva trovare il gemello, subito!

Gettò lo sguardo nella frana di stivali che aveva creato. A metà altezza l’occhio gli cadde su una suola minuta.

Nell’intrico di corpi, un braccio lungo e sottile si allungò proprio lì. No! Rovistò invece proprio sotto: lo stivale piccolo cadde e scomparve alla vista. Gustavo si tuffò nella selva di gambe: lo scorso alla base della pila. Sì, era quello!

Strisciò sugli avambracci, coi pugni stretti attorno al suo petto, per non farsi calpestare le dita. Mancava un metro.

Un’altra mano scese a ghermire il suo stivale. Per la miseria!

Gustavo tentò di districarsi dalla ressa, strisciò via lavorando di gomiti e ginocchia. Chi accidenti l’aveva preso? Si alzò in piedi, ma fu urtato e cadde seduto. Udì un imprecazione contro i santi, e per un istante pensò che fosse scappata proprio a lui. Invece il disappunto era di chi aveva visto bene il suo stivale, che Gustavo vide volare in aria. Descrisse un arco sopra tutte quelle teste, e cadde ai margini del mucchio.

Gustavo corse e spiccò un balzo: vi atterrò sopra e lo strinse a sé.

 

Accostò i due stivali. Sì, la coppia era giusta.

Gli balzò il cuore in gola. Non erano semplicemente giusti…

No, non poteva crederci: guardò meglio.

Nel tallone, proprio sul bordo della suola, c’era una piccola macchia bruna.

Erano proprio i suoi!

Chiuse gli occhi e tornò a quella notte.

 

***

 

Era stato il solletico alla caviglia a svegliarlo, senza dubbio. 

Ma il suo turno lo aveva già fatto! Chi era l’idiota che…

Aprì gli occhi. L’interno della tenda era rischiarato dalla luce della luna, e in piedi non c’era nessuno. Uno scherzo? No, se qualcuno si fosse coricato fingendo di dormire, l’avrebbe sentito. Invece non volava una mosca.

Un movimento sulla sinistra, dietro al suo piede.

Gustavo tese gli addominali se si alzò piano, sui gomiti. Dietro le dita dei piedi, a poca distanza, fece capolino un pungiglione.

Gustavo raggelò. Inspirò e piegò il ginocchio, con calma. Molta calma… piano… 

Lo scorpione alzò le chele e si irrigidì. Quanto era grosso! Rimase immobile per un istante… poi zampettò verso di lui.

Gustavo puntò i talloni e si spinse indietro. Sentì la tenda premergli contro la schiena. Non poteva più arretrare..

Lo scorpione era vicinissimo. 

Gustavo torse il collo a destra e sinistra.

L’unica cosa a portata di braccio erano i suoi stivali. 

Afferrò il più vicino e lo sollevò.

 

***

 

A gesti, gli inglesi li incitarono a radunarsi al centro del campo di prigionia. 

Gustavo si mise in mezzo agli altri: la sua statura minuta lo avrebbe aiutato a non farsi notare. 

Si guardò attorno. Non che pensasse davvero di scappare in mezzo al deserto; ma era sempre meglio saperle, le cose.

Un filo spinato correva tutt’attorno al perimetro, mentre all’interno delimitava un gruppo di tende sorvegliate. Da lì uscivano altri prigionieri: si avvicinavano alla recinzione per scrutare loro, i nuovi arrivi.

Erano quieti e silenziosi, ma sembravano in buona salute. Non troppo magri, e schiena dritta. Quattro osservavano  in disparte. Camicie nere.

Anche le guardie parevano rilassate. Una aveva richiamato la loro attenzione con un fischio: si era tolta l’elmetto e vi  indicava due fori, allineati sul lato. Si passò l’indice sulla tempia, dove correva una sottile bruciatura orizzontale; sgranò gli occhi e rise a squarciagola.

Tra i vecchi prigionieri, Gustavo riconobbe il sottufficiale che tempo prima lo aveva fatto legare al cannone, sotto il sole. Come si chiamava? Ah, che importava ormai…

Gustavo si fermò a pochi passi e gli rise in faccia. “Anche lei qui, eh?” 

L’altro aggrottò lo sguardo e aprì la bocca per rispondere, ma non gli uscì una parola.

Bene! Gustavo si affrettò a raggiungere gli altri. Nel vederli a qualche metro di distanza, comprese come dovevano essere sembrati agli altri: nient’altro che una piccola folla informe e spaurita.

 

Gli inglesi li circondarono. Ora i loro sguardi erano truci, e i fucili puntati a mezza altezza. Si avvicinarono di qualche passo. Gustavo sentì la pressione dei compagni più vicini che si stringevano.

Gli inglesi si guardarono: sogghigni fugaci, brevi – sì – accennati con la testa.

Uno robusto e pieno di lentiggini si schiarì la gola e venne avanti con un passo marziale. Si fermò con i pugni sui fianchi: sembrava un tacchino in amore. Gonfiò il petto, contrasse la mascella.

“Musso!” gridò.

Un coro di risate salì dai ranghi Alleati.

“Musso!” ripeté.

“Musso!” fecero eco gli altri.

E giù a sbellicarsi.

Cosa avrebbero fatto gli italiani? Gustavo scrutò attorno a sé. Se tra loro ci fosse stato qualche fanatico testa calda, quello era il momento sbagliato…

Invece vide solo volti stanchi e frastornati, facce non di eroi, ma di ragazzi presi dalle loro case e buttati lì, in quel deserto. Il più vicino a lui abbassò il capo e sussultò: stava per mettersi a piangere.

Tutt’attorno a loro, i “Musso!” andavano e venivano.

 

Gustavo serrò i pugni.

Uscì dal gruppo, si diresse verso Lentiggini.

L’inglese era molto più grosso di lui, ma smise di ridere e strinse il fucile. 

Gustavo si fermò a un paio di passi: mise la mano nella tasca interna della giacca.

Lentiggini non si mosse, ma le sue nocche sbiancarono.

Gustavo tirò fuori il porta documenti: ne sfilò un foglio, piegato in due. Lo aprì e lo alzò davanti a sè.

Forse gli inglesi non potevano leggere cosa c’era scritto, ma il simbolo del Fascio lo avrebbero visto bene.

“Ve lo faccio vedere io, Musso!”

Prese la tessera con entrambe le mani e la strappò in due.

Lentiggini lasciò il fucile nella mano sinistra: caricò l’altro braccio e gli si avventò contro. 

Gli affibbiò una pacca sulla spalla che lo spostò di un passo. Si mise il fucile a tracolla e batté le mani. “Gud!”

Altri due prigionieri vennero avanti con le loro tessere del Partito e le fecero a pezzi.

Tra le grida di giubilo degli inglesi, gli altri fecero lo stesso. Tutti.

Ai loro piedi si era formato un mucchio di carta stracciata.

Gustavo guardò le camicie nere che lo fissavano tutte allo stesso modo, con gli occhi socchiusi e le bocche storte in un’espressione di disprezzo.

Che voglia di ricambiare.

No, non ne valeva la pena.

 

***

 

Quello non era un bollitore, ma una bomba. Due taniche di carburante con la parte superiore tagliata, impilate come secchi. Il fuoco partiva da quella sotto e a fiammate irregolari lambiva la tanica superiore, da cui già si sprigionava il vapore. Il soldato inglese vi gettava le foglie essiccate e fischiettava. L’ aroma del tè si unì a quello della benzina. Tra i suoi commilitoni, qualcuno prese a picchiettare con le dita sulla propria tazza, subito imitato da altri. Molti battevano i talloni sulla sabbia.

Quell’eccitazione, Gustavo non la capiva; e neppure i suoi compagni, ne era certo. 

Anche i vecchi prigionieri avevano gli occhi sgranati: non guardavano però gli inglesi, ma loro, i nuovi. Doveva essere la prima volta che gli inglesi bevevano il tè con gli italiani. 

Quello spettacolo delle tessere strappate aveva avuto successo.

Gustavo non se lo sarebbe mai aspettato: aveva agito d’istinto e anche in quel momento, a mente fredda, non avrebbe scommesso su cosa sarebbe successo. Ancora una volta era stato fortunato. Ma quella fortuna se l’era anche procurata… Sì, poteva godersi il momento.

 

Sedeva a terra con gli altri italiani; e gli inglesi a semicerchio attorno a loro. Ciascuno con la sua tazza di tè e una manciata di biscotti secchi.

Il sole del pomeriggio non sembrava più così caldo; e per un po’ non ci furono bandiere, divise o schieramenti: erano tutti uomini, uguali.

 

2 – Il mare, e oltre

 

Il negro gli si piazzò davanti: si vedeva che non provava molta simpatia per i prigionieri, né sembrava che volesse fare un’eccezione per lui. Le sue labbra erano contratte in una smorfia disgustata e gli occhi guardavano oltre, verso il molo. Ficcò le grandi dita nel bacile pieno di acqua e sapone che teneva in mano, e gli piazzò una manciata di quella pappa gocciolante sulla testa. Con lo sguardo sempre rivolto al mare, si spostò di lato e passò al successivo.

Gustavo sapeva già cosa fare: indietro di un passo, fianco-sinistr, e in fila per la doccia.

Presto, che il sapone liquido gli colava giù dalla zucca rasata di fresco.

 

Gustavo si asciugò in fretta e gettò il pezzo di stoffa umido nel mucchio.  Infilò mutande, camicia e pantaloni – da prigioniero, ma puliti – e ancora seguì la fila, lungo la banchina. Li attendeva un grosso mercantile, dall’aspetto più solido della bagnarola cenciosa che li aveva portati fin lì.

Per dove sarebbero salpati questa volta, il soldato con cui aveva fatto amicizia non glielo aveva saputo dire. Si erano augurati buona fortuna, con una stretta di mano e qualche parola di inglese che finalmente iniziava a capire.

Gustavo salì sulla passerella e contemplò la vastità di Durban. Il porto era immenso. E subito oltre, da destra a sinistra, si estendevano tutti quei grandi palazzi, dalle linee pulite. 

Una bella città: moderna, laboriosa e soprattutto lontana dalla guerra. Chissà se sarebbe riuscito a farvi ritorno, un giorno, e visitarla da uomo libero.

 

***

 

Gustavo inspirò l’aria salmastra del mattino, tutta quella che gli poteva entrare nei polmoni. Voleva sfruttare al massimo il tempo che gli era concesso, prima che arrivasse l’ordine di tornare sotto coperta.

Da quando avevano lasciato Durban, non ricordava un oceano così clemente: eppure anche quel giorno navigavano vicino alla costa. La lingua di terra era alla loro destra, subito dopo il golfo. Si infilava nel mare come la testa di un immenso serpente. 

“Cape of Good Hope” mormorò.

A una trentina di metri, tra i flutti si alzò una scia di schiuma. Filava in una linea bianca obliqua rispetto a loro. Gustavo ebbe un brivido e serrò la presa sul parapetto.

La spuma crebbe e si aprì. Dall’acqua emerse una torretta metallica, e poi uno scafo sottile e sinuoso.

Un sommergibile!

Scivolò sul loro fianco. Dalla cima della torretta si aprì uno sportello.

Gustavo si sentì strattonare per una spalla. “Down! Go down!!” abbaiò il marinaio, con l’indice rivolto al ponte.

Che peccato. Gustavo cercò di dare un ultimo sguardo. Torse il collo, mentre la mano dell’inglese gli premeva tra le scapole e lo spingeva in avanti.

Riuscì solo a vedere la torretta, da cui si ergeva il busto di un uomo.

Gli tornò in mente l’inglese baffuto che sbucava dal blindato, nel deserto della Libia.

Un ricordo così lontano, di tempo e distanza. 

Scese i gradini e raggiunse l’area degli altri prigionieri. “You stay here” borbottò il marinaio alle sue spalle. E chiuse la porta di metallo . La serratura scattò con il rumore di due mandate.

Gustavo si abituò alla penombra. Gli oblò erano piccoli, e solo tre in quella sezione. E sull’altro lato. Niente sommergibile.

Beh, era già stato fortunato a vederlo.

E che fosse amico.

Raggiunse la sua branda e si coricò, le mani sulla nuca.

Inghilterra. 

Non gli pareva vero che lo avrebbero portato fin lì. Era eccitato e spaventato al tempo stesso.

 

***

 

Gustavo lasciò la bicicletta contro la parete di pietre grezze.

Si diresse allo steccato che correva attorno alla casa. Dove il legno correva orizzontale c’erano molte chiazze di fango. Dovevano esserci già parecchi avventori. Scelse un punto pulito e lì strofinò le suole delle scarpe.

Srotolò i pantaloni sulle caviglie e si sistemò la camicia. Girò attorno all’edificio. Raggiunta la porta, si fermò. Si tastò i capelli, con delicatezza. Ma sì, era a posto.

Spinse la porta: lo investì la musica del grammofono in fondo alla sala. I tavoli erano già stati spostati ai lati e i posti a sedere erano quasi tutti occupati. Guardò l’orologio: già le nove. Ancora una volta il sole lo aveva ingannato: le abitudini della campagna italiana erano dure a morire.

 

Dietro il fumo azzurrognolo, alcuni sguardi seguirono il movimento del suo polso. 

Gustavo si abbassò la manica e accennò un saluto ai compatrioti. Quando gli ebrei si erano presentati alla fattoria con le sigarette, in troppi avevano passato il proprio orologio tra le maglie della recinzione. E ora cosa avevano da guardare?

Basta pensieri: era una serata di allegria, quella.

Scrutò il centro della sala, e poi oltre, tra i tavoli delle ragazze. Le scorse con lo sguardo, in fretta, alla ricerca della chioma bionda di quella con le fossette. Eccola là.

Era davvero carina. Si avviò al suo tavolo. 

Lei finse di notarlo all’ultimo istante.

Gustavo le sorrise. “Wu…” 

Com’era?..

“Would you like…” 

E poi?

Fece un svolazzo con la mano e le porse il palmo. Diavolo, avrebbe capito.

Lei piegò le labbra all’insù; gli posò la punta delle dita sulle sue e si alzò in piedi. Si lisciò la gonna con l’altra mano e si lasciò condurre al centro della sala.

 

Gustavo ballava  svelto e si divertiva un mondo. Scoccò un mezzo sorriso a quelli che, quando lo avevano visto andare da una donna così bella – e più alta di lui – si erano dati di gomito e ridacchiato.

Era un bel momento. L’indomani sarebbe tornato ai campi, ma gli uomini del Lord Cancelliere erano stati di parola. Chi lavorava e si comportava bene, il sabato sera era libero di andare al paese.

Non si stava male in Inghilterra. Non lassù.

A Londra, invece, aveva sentito che non se la stavano passando tanto bene; ma prima o poi la maledetta guerra sarebbe finita. Allora, chissà come sarebbe stato restare a vivere lì: lavorare – ma questa volta da uomo libero – e poi mettere su famiglia…

La sua dama gli disse qualcosa che non riuscì a capire, ma rise lo stesso.

Basta con le fantasie. Lo sapeva bene: sarebbe ritornato. C’erano alcune ragazze con cui si scriveva e che voleva rivedere. Ma tra queste, solo ad una avrebbe chiesto di sposarlo.

A quale, già lo sapeva.

 

***

 

L’ultima cannonata squassò la casa e squarciò il tetto. Una pioggia di tegole si frantumò sul pavimento e sul mobilio. Luisa strisciò carponi e si tenne alla gamba del tavolo con una mano: alzò l’altra a saggiare la solidità del piano, sopra la sua testa. Bene. 

Si sporse quel tanto che bastava a sbirciare il tetto. L’intelaiatura in ferro reggeva. E bravo papà, lui e il fabbro: la casa più robusta della zona. 

Anche i tedeschi dovevano averlo pensato, quando avevano deciso di coprirsi la ritirata lì.

 

Alle sue spalle, dietro il muro, ricominciò lo sferragliare del panzer. Questa volta si spostava a destra. Attraverso la finestra rotta, Luisa vide la canna del cannone.

Si coprì le orecchie. Il boato la fece tremare dalle ginocchia ai polsi.

Unì le mani come se pregasse. “Stai calma Luisa, per carità!” si disse, invece. Voleva scappare via dalla casa, ma sapeva che era una follia.

Al tuono del carro tedesco fecero eco un sibilo e il tonfo sordo di lamiere divelte. Il rombo del motore divenne un gemito, e infine si spense.

Luisa inspirò e trattenne il fiato.

Era tutto finito. Svuotò i polmoni e si guardò attorno: la polvere offuscava la vista.
“State bene?” sussurrò.

Un piccolo coro sconnesso di “Sì”. Riconobbe le voci di mamma e papà… per un momento le era parso di sentire anche suo fratello, ma sapeva che era solo suggestione. La guerra l’aveva portato lontano.

Loro, invece, se l’erano trovata in casa.

Luisa appoggiò la schiena alla gamba del tavolo, chiuse gli occhi e attese. Il cortile già si riempiva del vociare degli americani.

 

***

 

epilogo e ringraziamenti

 

“Cavolo, nonna. E poi com’è andata?”

“Che stavo meglio coi tedeschi. Io portavo di notte da mangiare ai partigiani, eh. Però questi americani… Una volta mi hanno quasi fatto un processo perché avevo lavato una camicia al loro capitano!”

“Questo me l’avevi detto, ma la parte dei carri armati no. Perché non me l’hai mai raccontata?”

“Che vuoi… Tuo nonno. Deve sempre parlare lui. È sempre stato un chiacchierone…”

Sì, al nonno piaceva parlare, scherzare e raccontare. Credo che della sua storia di guerra ci abbia taciuto la solitudine, lo smarrimento di un soldato e di un prigioniero; e abbia voluto portare indietro solo i bei ricordi, l’inglese che ha appreso, e il coraggio. Non quello degli eroi marziali, ma la forza di restare la persona che era, fino in fondo. 

Ha chiuso con tutto il resto. Anche con i commilitoni che lo hanno conosciuto e apprezzato: credo che non abbia voluto mantenere i rapporti con nessuno. Troppe memorie che preferiva lasciare lì, nel passato, assieme a quella guerra che gli ha rubato anni di vita. Ma di cui ha voluto mantenere l’esperienza; come questa storia, di cui ci ha trasmesso il meglio che ha appreso.

Ora la conosci anche tu.

Grazie.

 

A chi può piacere?

4 commenti su “Una storia di guerra”

  1. Ho un bellissimo ricordo dello zio Gustavo. Quando tutti gli altri fratelli compreso mi padre Gino tornarono sani e salvi dal fronte
    Credo che Gustavo tornò per ultimo perché prigioniero di guerra in Inghilterra

    1. Grazie per la tua testimonianza, Andrea.
      Questo racconto è la sua storia, come lui la raccontava a me. Per tutti i bei ricordi che ci ha lasciato, mi è sembrato giusto condividere uno dei suoi, con tutti.

  2. Sembra un racconto, lontano, invece ci appartiene e molte cose le portiamo dentro… Quel prigioniero è mio padre (uomo preciso, onesto) che ha trasmesso tanto e quello che noi siamo oggi lo dobbiamo anche a lui. Arianna V.

    1. Verissimo. Come ha saputo affrontare questa esperienza e poi raccontarla è un esempio delle sue qualità. Non l’ho mai sentito piangersi addosso, e anche adesso che ripenso a come raccontava i momenti per lui più duri, lo faceva in modo da farti ridere. Non ha mai voluto comandare o fare il duro, ma non ha mai neppure piegato il capo.

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